Quello che conosciamo delle condizioni di vita nei laogai proviene quasi esclusivamente da detenuti fuggiti o scarcerati e rifugiatisi all'estero. Fra le testimonianze che descrivono i laogai in modo più critico, paragonandoli ai gulag e ai lager, ci sono The thirty-sixth way (1969), Prisoner of Mao (1973), Red in tooth and claw (1994) e Zuppa d'erba (1996). Alcuni temi ricorrenti in queste opere sono:
* descrizioni di lavoro forzato a ritmi disumani (fino a 18 ore al giorno, con l'obbligo di rispettare determinate quote produttive); * uso della denutrizione e della tortura come sistemi punitivi e coercitivi; * appello alla delazione fra prigionieri; * sedute periodiche di "critica" e "autocritica", in cui i detenuti si accusano a vicenda, o si auto-accusano, di comportamenti criminali, a scopo rieducativo.
L'insieme di questi elementi configura anche un contesto generale di violenza fisica e psicologica coordinate che corrispondono al concetto di lavaggio del cervello.
Philip Williams e Yenna Wu (The Great Wall of Confinement, 2004) hanno paragonato le testimonianze dei prigionieri cinesi con quelle raccolte in Arcipelago Gulag di Solženicyn e con Un mondo a parte di Gustaw Herling. Gli autori riconoscono numerose somiglianze sotto diversi aspetti: condizioni delle baracche e di lavoro, maltrattamenti, delazione, denutrizione, scarsa igiene e malattie.
Secondo il rapporto annuale 2006 di Amnesty International in Cina sono impiegati torture e maltrattamenti quali "calci, percosse, scosse elettriche, sospensione per gli arti superiori, incatenamento in posizioni dolorose e privazione del cibo e del sonno." Questa informazione non viene riferita in modo specifico ai laogai, ma genericamente a "molte istituzioni statali". L'uso della tortura nei laogai è testimoniato dai praticanti del Falun Gong, che riportano numerosi altri metodi (vedi sotto Laogai e Falun Gong). Pratiche dello stesso tipo sono documentate negli anni '90 da Harry Wu e nel 1958 dal Libro bianco sul lavoro forzato nella Repubblica Popolare Cinese della Commissione Internazionale contro il regime concentrazionario. Philip Williams e Yenna Wu spiegano che i metodi di tortura recenti differiscono poco da quelli tradizionali, applicati duranta la dinastia Qing. Il libro Huo diyu di Li Baojia del 1906 descrive e mostra graficamente tali metodi.
...L'antica Cina fece uso del lavoro forzato per oltre 2.500 anni, sfruttando anche in tempo di pace sia civili che criminali. Forzati furono impiegati nella costruzione della Grande Muraglia e del Grande Canale. Già molto prima della rivoluzione, il lavoro forzato veniva inteso come "rieducativo" in un'accezione forte, ovvero volto a instillare nel lavoratore l'etica confuciana. Durante il periodo nazionalista, il lavoro forzato perse molta importanza, con l'eccezione della leva militare durante la guerra col Giappone. Mao Zedong tornò ad applicarlo in modo sistematico, nel contesto della sua visione sociale e politica, come strumento adatto da una parte alla rieducazione dei controrivoluzionari, dall'altra a garantire che anche i detenuti contribuissero come i cittadini liberi alla produzione. Il legame fra l'antico dispotismo orientale e la visione di Mao è ben rappresentato dal fatto che lo stesso Mao dichiarò esplicitamente di ispirarsi ai princìpi del Signore di Shang, della dinastia Qin, secondo il quale "la popolazione deve essere obbligata a lavorare". I detenuti furono spesso mandati in campi nelle regioni di confine, che avevano anche funzioni militari difensive. Nel periodo maoista, e prima delle riforme di Deng (1978-1992), i laogai furono largamente usati per reprimere le opposizioni al regime. Gli stessi processi erano spesso solo una formalità, avendo la difesa solo il compito di invocare la clemenza della corte. Il sistema giudiziario non era infatti basato sul concetto di diritto, ed insistere troppo nella dichiarazione di innocenza portava ad un inasprimento della pena: "clemenza con chi confessa, severità con chi resiste". In origine, il laojiao si è anche distinto dal laogai per l'incertezza della durata della pena, al punto che alcuni detenuti arrivavano a commettere crimini più gravi per passare al laogai (con pene di durata fissata). La situazione è cambiata nel 1982, quando la durata massima della condanna al laojiao è stata stabilita in tre anni.
Il numero dei prigionieri e l'uso dei campi è stato intensificato durante alcune fasi politiche o produttive quali la Campagna dei cento fiori, il Grande balzo in avanti e la Rivoluzione Culturale. Nei primi anni, i detenuti in quanto "controrivoluzionari" costituivano il 90% dei reclusi; negli anni '80, circa la metà dei detenuti negava di aver commesso alcun crimine; negli anni '90, la percentuale di detenuti politici si è ridotta fino al 10%. Nel periodo Maoista (1949-1976) i condannati al laojiao erano reclusi solitamente per 20 anni, mentre nel periodio Denghista (1978-1992) la durata non superava i 10 ...